Guida di Siracusa
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LE BACCANTI di Euripide 

Dioniso, figlio di Zeus e di Semele e nipote di Cadmo, dalla Lidia arriva a Tebe, assumendo sembianze d'uomo, con una schiera di Menadi. Vuole affermare la propria origine divina, imporsi come dio nella città dove un fulmine ha incenerito sua madre. E comincia forzando tutte le donne di Tebe a trasferirsi sul monte Citerone, per celebrare i suoi riti. Al nuovo culto si adeguano il profeta Tiresia e l'antico re Cadmo: vi si oppone, invece, con feroce caparbietà Penteo, il giovane sovrano. Egli ordina l'arresto di Dioniso: e quando i soldati lo portano davanti a lui in catene lo interroga per capire chi sia e di che dio si proclami "apostolo": poi, lo fa rinchiudere, legato, in una stalla.

     Una serie di fenomeni sconvolge la mente del re: la terra trema, il palazzo sembra bruciare, Dioniso si figura come un toro, un fantasma. Infine il persecutore e il perseguitato liberatosi da ogni laccio si trovano davvero di fronte. Intanto un servo giunge dal Citerone e racconta a Penteo come le Menadi, che se ne stavano lassù quiete e serene, sentendosi braccate si siano trasformate in furie, assalendo i mandriani che davano loro la caccia, compiendo strage di armenti, devastando villaggi. Penteo decide di mandare truppe contro le donne invasate. Dioniso lo distoglie dal proposito e gli suggerisce di andare a spiare tra i boschi le Menadi, ma travestito per prudenza da donna: lo guiderà lui stesso. Sul Citerone - come riferirà un messo - Penteo viene fatto a pezzi da sua madre Agave (convinta di uccidere una fiera, e sorda alle suppliche del figlio) e dalle altre Baccanti.

     Ostentando la testa di Penteo su una picca, Agave rientra a Tebe vuole che tutti accorrano a vedere la sua splendida preda. E' ricondotta alla ragione da Cadmo: padre e figlia piangono il loro atroce destino e tentano di ricomporre il corpo smembrato di Penteo, raccolto dai servi e da Cadmo stesso sul Citerone. Ma le sventure non sono finite: Dioniso preannunzia ulteriori mali, altre angosce, infierisce brutalmente contro il proprio casato.